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Chi ha paura del Lupo cattivo?
di Nico Zaramella   

parole e fotografie di Nico Zaramella

 

Se è vero che la vita di un fotografo naturalista “wild” è molto difficile credo sia altrettanto vero che quella del narratore o giornalista non lo siano da meno. Entrambe sono coinvolte, nella necessità di comunicare, dal farlo in modo autentico, di provare a rispondere alle usuali cinque fatidiche domande: chi, cosa, dove, quando, perché (le famose 5 W degli anglosassoni: Who, What, Where, When, Why). C’è chi lo fa con le parole, chi con le immagini e chi, come il sottoscritto, non lesina né le une né le altre e si prende magari il lusso di esprimere opinioni. Ma oggi è difficile scrivere, parlare, scattare immagini e poi lo è ancor più se il tutto deve assumere le sembianze di un Christmas Carol, di un canto natalizio, gioioso, spensierato.

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Probabilmente immagini gioiose quanto poco probabili o rutilanti di luci, doni, slitte e lucine producono sostanzialmente un solo effetto: anestetizzare ogni forma di consapevolezza. Ma questo sarebbe il momento della consapevolezza e non solo dei buoni pensieri. Ma allora perché mai questo canto di Natale non potrebbe semplicemente essere consapevolezza del reale e di tutto quanto si potrebbe, o meglio, si deve fare per essere migliori, perché Natale sia Natale e non solo un momento di “insana” o “ansiosa” spensieratezza? Perché non proviamo a smetterla di raccontare fandonie ai bambini o minare seriamente il loro incerto futuro con storielle che ne condizioneranno la capacità di socializzare e la consapevolezza di avere un ruolo e una responsabilità in questo mondo? Già, perché poi, crescendo, graverà su di loro la responsabilità di un serio “imprinting” sul futuro, con tutto ciò che ne consegue, nel bene o nel male, in termini prospettici plurisecolari. È proprio impossibile uscire dal mondo delle favole ed entrare in quello della morale, che spesso è poi nient’altro che l’epilogo canonico delle stesse? È veramente una saggia idea crescere i nostri figli, consapevoli come tutti dovremmo essere della potenziale imminente catastrofe che incombe sul nostro malandato pianeta, nel convincimento che viviamo nel paese dei balocchi trasmettendo, quindi, un messaggio altamente diseducativo? Non so se dobbiamo crescere dei piccoli “spartani”, ma credo che presto capiremo che forse questo è ciò che sarà necessario fare, per loro e pure per noi. 

 

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Perché, a ben vedere, nell’ultimo secolo potremo riflettere a lungo sull’eccesso di insana spensieratezza. E allora? Allora sono qui in questo autunno-inverno dell’anno 2021 a.C. (after Covid) nell’artico canadese, che francamente mi sento addosso come una seconda pelle, a cercare di ripulire anche le mie ultime sinapsi dell’idea di essere l’Animale Superiore, dell’eccessiva voracità del mio spirito e della mia anima che non è ancora sufficientemente corretta dall’idea che un Indefinito Superiore mi abbia/ci abbia autorizzati ad usurpare, uccidere, consumare, sprecare. Voglio metabolizzare fino in fondo l’idea di essere stato vittima di fandonie in buona fede, di falsi miti e false idee. Voglio passeggiare – se così si può dire – da animale libero verso un lupo libero e un orso libero. Voglio che mi si ricordi qui seduto tra un lupo e un orso in un mondo sconosciuto e in cui entro con gentilezza e gentilmente ospitato dai miei simili, che finalmente potrò osservare negli occhi perché straordinariamente e decisamente uguali.
È vero, non voglio che se vi sarà una memoria di me sia una memoria indegna e non voglio nemmeno che sia fatta di figli, case, monumenti e pire funerarie. Preferisco vivere nel ricordo, finché ce ne sarà uno, come quel tizio che se ne stava in mezzo al ghiaccio o su una collina dove pochi potevano in realtà vederlo, così come sta un uomo solo, o un solo uomo, seduto tra un lupo e un orso. Così stabilirò una volta per tutte che non voglio essere confuso con un uomo omologato e di cui è facile leggere il libretto di istruzioni. Il mio pensiero vaga tra Hemingway e Calvino. Io e le mie idee siamo sempre stati così: abbiamo convissuto intensamente da decenni e a mano a mano che qualche pelo ingrigisce più la mia filosofia – e cioè «l’attività spirituale autonoma che interpreta e definisce i modi del pensare, del conoscere e dell’agire umano nell’ambito assoluto ed esclusivo del divenire storico…» – si fa astuta, gioca a nascondino con la mia razionalità, si diverte con piccoli duelli. Ma lo scopo è forse il vero duende finale della mia esistenza.

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Il piccolo compound in cui mi trovo in mezzo all’artico è un avamposto di semplice curiosità o di autentica civiltà e rispetto? Non saprò mai rispondere. Ma una cosa è certa, mentre gli amici ancora dormono aspettando la prima luce, in piena notte me ne sto seduto di fronte alla finestra che dà sulla linea di difesa. Sono le tre di notte ora locale: da dove vengo sono già le dieci del mattino e la gente sta indaffarata e ‘mascherata’ in ufficio, per strada o a bere caffè inseguita da un virus che altro non è che la catarsi di ciò che siamo e siamo stati (e ne siamo pienamente consapevoli). Ma è sull’immagine del caffè che mi concentro. Devo fare due passi verso la cucina per prendere la brocca e versarmene una tazza abbondante. I problemi sono due, anzi tre. Qui il caffè non è lungo, ma lunghissimo e mi rimane dunque difficile raggiungere il mio scopo di avere abbastanza caffeina da rimanere ben sveglio. Il secondo problema è più semplice: per raggiungere il caffè devo uscire dal piccolissimo dormitorio, all’aperto, fare una quindicina di metri a 20 gradi sotto zero con i pantaloncini corti del pigiama e una maglietta di cotone… Ad ogni modo si può fare (lo farò da allora ogni notte). Il terzo è ben più serio. Infatti non me ne sto alla finestra ad osservare il buio, bensì tre lupi accucciati a qualche metro dal compound che dormono sfiorati da un bagliore tenue che proviene da chissà quale lampadina accesa. Se esco da qui non godrò più della loro compagnia. In questi giorni ho capito che il lupo non dorme mai. Il lupo non è un cane. Il lupo sonnecchia: chiude gli occhi in attesa del giorno, ma le sue orecchie se ne stanno ritte, attente ad ogni minimo scricchiolio. Se un ago di pino cade nella foresta il lupo lo sente e i suoi padiglioni sembrano seguire anche una semplice foglia mossa dal vento. All’improvviso uno scatto e la testa si solleva dalla neve. Lo sguardo acuto sonda il buio per poi abbandonarsi ancora al riposo.

 

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Sono qui per vedere le interazioni tra orsi polari e lupi ma non ne vedrò nessuna. Più volte gli uni si sono avvicinati agli altri, ma pur studiandoli a debita distanza con i binocoli, per non interferire sul corso della loro vita, ho registrato tra queste due specie sempre un forte rispetto reciproco e una attenta valutazione da parte di entrambe delle forze in campo. Il grande orso polare addormentato in attesa che la baia di Hudson si converta in un enorme lago marino ghiacciato, così da fornirgli libero accesso alle foche e ai loro cuccioli, si solleva appena al passaggio del più grande branco di lupi che mi sia mai capitato di vedere: 14 grossi esemplari sfilano ordinati, non tentano nemmeno di avvicinarsi al più mastodontico e forte carnivoro terrestre. Forse il branco potrebbe anche uccidere quella immensa macchina della sopravvivenza ma il costo sarebbe altissimo e così non noto alcuna interazione ma solo sguardi, aria annusata fatta di contenuti molecolari che solo loro sanno interpretare: percepiscono paura, fame, forza. Non sembra il caso di battersi e mettere a repentaglio la vita o subire irreparabili ferite, meglio cercare prede adeguate.
Alla fine, tra una riflessione e l’altra, nel silenzio mi appisolo. La mano di Frank mi sfiora la spalla verso le cinque. Scatto in piedi mentre nel mio cuore e nella mia testa sento il profumo della neve percorrendo vie oniriche tra odori di natura a inondare i miei polmoni della fredda aria del giorno. Ma loro… niente, scomparsi. Tuttavia ho netta la sensazione di aver percepito l’howling del branco, l’ululato, pochi secondi prima di assopirmi. Sarà perché in questi giorni il branco ha ululato molte volte e questo corale gregoriano di tonalità alterne e mai dissonanti continua a farmi rivivere il duende della mia vita e della loro esistenza.
Proprio come Federico Garcia Lorca abbiamo tutti un’arte inspiegabile dentro che viene dalla terra, dal pianeta. Una forza misteriosa, malinconica, nostalgica: morte, vita, amore, movimento. Così io vivo il mio duende guardando negli occhi quel lupo che più tardi incontrerò così da vicino come mai mi è accaduto prima e forse mai mi accadrà ancora. Non c’è trucco, non c’è inganno; nessuna luce artificiale, nessuna falsa attrazione alimentare, nessun nascondiglio. Ho bisogno, è necessario per me stesso e per loro, di sedermi sulla neve con la mia macchina fotografica imbracciata come il calumet della pace. Devo vedere cosa farà, se ci guarderemo con rispetto e con dignità. Ma passa ancora qualche tempo, ore rubate al sonno per continuare a spiare e forse essere spiato da questo splendido compagno di vita.


Durante il giorno i nostri passi sulla neve ben guidati da Andy ci hanno portato veramente a pochissimi metri dal grande orso polare. Siamo di fronte al più inimmaginabile carnivoro terrestre senza alcuna difesa, senza armi, senza riparo. Gli orsi polari della baia di Hudson sono dei ‘pendolari’ di un cosmo per cui sono stati perfettamente modellati dall’evoluzione. Si muovono dalla terraferma verso il ghiaccio marino della seconda baia più grande della terra, consapevoli da millenni che proprio in queste settimane il mare diventerà solido ghiaccio. Così si spingeranno verso le foche e i loro cuccioli sperando che il ghiaccio, quell’acqua solida che diventa sempre più il ricordo del pianeta originale, duri fino a primavera. Nel frattempo paiono “bighellonare” o dormicchiare sulle rive, ma in realtà la caccia continua, dormono e si stiracchiano, ben nutriti ma in vigile attesa di prede e di ghiaccio. Non perdono mai l’occasione di essere curiosamente attratti da tutto ciò che si muove sulla loro terra. Voglia di conoscere o di assaggiare? In realtà abbiamo immagazzinato comportamenti e qualche buona norma per riuscire a sentire il loro alito ma non i loro denti. Il gigante bianco avanza verso il nostro piccolo manipolo, lentamente, in modo guardingo. Non di rado si ferma e si accuccia. Sono convinto che stia pensando. È intelligente e sufficientemente consapevole che, curiosità o fame che sia, lo spreco di energie e i rischi inutili rappresentino i principali pericoli dell’Artico per chi non ha veri nemici. Indietreggiare e studiare questo strano nuovo animale o avvicinarsi per un supplemento di colazione? Ogni scelta ha un peso sulla sua sopravvivenza e io preferisco pensarlo come ingegnoso essere del freddo che poco resiste alla spinta di conoscere. Allora si avvicina, si avvicina terribilmente per noi piccoli e inadeguati bipedi disadattati, e francamente nessuno si rende conto delle sue dimensioni, della sua enorme mole, fino a che non è a dieci-quindici metri da noi, quando effettivamente non si può non vivere il nudo disagio che deriva dalla consapevolezza di una siffatta disparità. La consapevolezza che a questo punto basterebbero un paio di allunghi, due balzi e probabilmente non rimarrebbe molto di noi. Ci illudiamo che sia il nostro agire a dissuaderlo, ma la convinzione che mi sono fatto è che la sua diffidenza è al tempo stesso piena consapevolezza e la sua decisione di agire, osservare, imparare è il frutto di un bilancio tra ciò che non conosce e il convincimento che, comunque, non vale la pena di correre alcun rischio.

 

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Già, consapevolezza: sto usando sempre più spesso questa parola. Awareness. Wikipedia ci aiuta: «…la capacità di essere a conoscenza di ciò che viene percepito e delle proprie risposte comportamentali. Si tratta di un processo cognitivo distinto da sensazione e percezione. Un’altra definizione la descrive come uno stato in cui un soggetto è a conoscenza di alcune informazioni quando tali informazioni sono direttamente disponibili per essere trasferite nella direzione di un’ampia gamma di processi comportamentali. Il concetto è spesso sinonimo di coscienza ed è anche inteso come coscienza stessa». Ebbene Lui è cosciente, è consapevole ed elabora le informazioni secondo un procedimento cognitivo accorto, logico. Ma quanto noi siamo altrettanto consapevoli? Quanto siamo in grado di profondamente conoscere informazioni di cui abbiamo piena e ampia disponibilità e conseguentemente di informare con l’assimilazione piena delle stesse il nostro modo di agire, le nostre scelte, il nostro essere uomini oggi? Oramai ogni giorno mi chiedo quando scoccherà l’ora del non ritorno. Inutile ribadire che ci siamo circondati di trabocchetti e sabbie mobili più o meno consapevolmente costruiti con le nostre stesse mani: consumo di energie non rinnovabili, inquinamento, incremento della temperatura, produzione di scorie non riciclabili, distruzione dell’ambiente e degli ecosistemi. Il tutto amplificato a dismisura da una incontrollata crescita della popolazione umana del pianeta, il comune denominatore di ogni guaio. Un piccolo essere pressoché indifeso, l’ominide, che non ha seguito la regola numero uno dell’evoluzione: colui che si adatta all’ambiente è selezionato a sopravvivere. Noi, animali non apicali, ci siamo resi tali semplicemente invertendo la prima regola: non ci siamo adattati all’ambiente, ma abbiamo adattato l’ambiente alle nostre necessità, che il più delle volte obbediscono alla regola della moltiplicazione o dell’invasione incontrollata. E non è proprio un caso se la nostra fantascienza rappresenti a tutt’oggi ancora una forma di catarsi: esseri alieni che si espandono nell’universo, divorando e distruggendo, voraci essi stessi della nostra umanità. Una modalità espressiva, creativa a suo modo certamente, di rimuovere dal nostro subconscio ciò che in realtà noi siamo: esseri voraci e distruttivi. Allo stesso modo perciò tutte le favole e l’odio più o meno manifesto nei confronti del lupo altro non sono che il tentativo di proiettare esternamente, in altre specie e fenomeni della natura, il nostro modo di essere, le nostre caratteristiche e le nostre inconfessabili ambizioni e peculiari paure. Il lupo ha la sua famiglia, alleva i suoi cuccioli e li coccola, si muove in gruppo e ha una sua socialità e una sua precisa gerarchia sociale. È un cacciatore. Insomma, ci assomiglia e nella sua pelle possiamo nascondere le nostre infelici nefandezze perché, per usare le pregnanti parole di Giuseppe Festa, «il lupo non è il cattivo delle favole, fa solo quello per cui è nato e il suo istinto è necessario e prezioso per mantenere l’equilibrio dell’ambiente in cui vive». Il lupo si riproduce in misura adeguata a mantenere l’equilibrio della sua specie e dell’ambiente in cui vive. Non prende più di ciò che è strettamente necessario e da secoli in Italia, pare almeno due, non aggredisce l’uomo: è quindi più facile subire l’aggressione di un animale domestico piuttosto che essere assaliti da un lupo, solo o in branco che sia. L’assoluta prevalenza di banali ferimenti ci fa semplicemente e agevolmente capire che il lupo aggredisce per semplice timore dell’uomo, per mera e fonda paura di essere la vittima del piccolo-grande, insaziabile predatore.
Quel piccolo-grande insaziabile predatore ben restituito dall’eterna favola di Cappuccetto Rosso, in cui comodamente si rappresenta in quanto tale nelle sembianze del lupo, scaricando su di esso tutte le sue infelici crudeltà. Non dovremo più dire “in bocca al lupo”, ma “in bocca all’uomo”. Niente di meglio, per dare sostanza teorica all’assunto, che le parole qui di Bruna Marzi: «come tutte le zoofobie, anche quella del lupo implica la paura di essere mangiati, divorati: si tratta della proiezione su un oggetto esterno (l’animale) del desiderio di aggredire, divorare, incorporare, che trova fondamento nella vita pulsionale del bambino… Il bambino attribuisce al lupo i propri desideri che vive narcisisticamente come rivolti contro sé stesso». Ancora con assoluta limpidezza l’autrice ben spiega quanto «il lupo è dentro di noi e la possibilità di proiettarlo all’esterno è un’operazione difensiva che talvolta può salvaguardare l’integrità psicobiologia da pericolose spinte autodistruttive».

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E allora… stop. Cammino guardingo, respiro piano, lentamente, per non far rumore, per dirla alla Vasco. Ogni cespuglio, ogni angolo cieco del sentiero nasconde sorprese e, talvolta, avventure. Mi sento un po’ così, come loro. Potrei imparare ad annusare quelle molecole disperse nell’aria. Immaginare presenze, storie, situazioni, possibili circostanze. Quante volte nella mia vita avrei dovuto annusare l’aria, prevedere, essere guardingo, o viceversa farmi più determinato e aggressivo. Vivo un’inedita sintonia ora con i piccoli suoni che prima non sentivo, non riconoscevo, con piccoli cambiamenti della “scena”, ma il lupo ha lunghe e dinoccolate zampe e le loro impronte di cuscinetti larghi e distanziati sembrano fatte apposta per passi impercettibili, di cui si colgono solo segni di una presenza che “è stata” e “non è più”. Tracce. Ma su questa neve caduta durante la notte e che ancora fiocca non ci sono queste tracce, no. Un centinaio di metri prima la grande falcata impressa da un grosso orso polare, probabilmente passato da pochi minuti, così, a maggior ragione, la mia attenzione risuona con le stesse vibrazioni della taiga invernale: suoni impercettibili, scricchiolii, odori tenui. È uno stato di grazia: un adattamento, o un tentativo di adattamento, a questo ambiente che percepisco progressivamente ospitale, certo rischioso, ma “adeguato”. Ed è precisamente in questo stato di grazia, dove i segni si amplificano a dismisura, che entra il lupo nel mio campo visivo da un angolo impensato, da una distorsione della realtà e degli arbusti. I suoi tratti per lo più invisibili diventano occhi e pelo. Siamo infine l’uno di fronte all’altro. È accaduto così, come se l’immaginazione o il sogno diventassero incombente realtà: il Mio Lupo si è materializzato a pochi metri da me. Forse sino a pochi secondi prima nessuno dei due aveva percezione dell’altro, o forse lui, invece, era ben consapevole della mia presenza giocando la carta del mimetismo con le sfumature infinite di quella bassa vegetazione invernale, attendendo curioso l’ipotetica, prossima preda o qualcosa di nuovo da conoscere. Essere a pochi metri da un grande lupo nel pieno della sua bellezza invernale, in quella luce artica da far invidia a ogni fotografo, solo, senza trabocchetti né inganni è un’emozione inspiegabile, non restituibile nella sua pienezza epifanica. Ma lo straordinario accadrà dopo pochi attimi. So quanto il lupo teme l’uomo e quanto l’uomo non sia un alieno, bensì oramai una paura geneticamente trasmessa; ma il Mio Lupo non fugge, continua ad osservarmi attento ad ogni movimento troppo brusco, pronto a scomparire così come è apparso. Devo essere lupo anch’io. Mi accoscio sulla neve e automaticamente cambio le impostazioni della mia macchina fotografica per avere lo scatto più silenzioso e meno metallico possibile. Da quel momento porterò lentamente quella grossa fotocamera al mio occhio e inizierò a scattare immagini ed immagini mentre lui attento mi fissa e inizia ad avvicinarsi annusando l’aria. Compie lentamente un semicerchio attorno a me, obbedendo rigorosamente alla sua sapienza che gli ha insegnato che l’avvicinamento non è mai inseguire una linea retta, ma una curva. Si sofferma, abbassa la testa e fissa con occhi grandi e splendidi: durerà pochi secondi o minuti, non lo so più…, ma quanto basta prima di allontanarsi tra i cespugli annusando qualcosa che solo lui conosce.
Più tardi quello sarà il nostro racconto di fronte al fuoco, bevendo caffè lungo, aspettando che la notte forse ci riporti i verdi bagliori delle luci del nord.
Nei giorni successivi incontrerò molte volte quel grosso branco di lupi, ogni volta felice di vedere roteare code folte alzate in alto in segno di spensieratezza, ma non avrò più un incontro con il Mio Lupo, che rimarrà per sempre qualcosa di prezioso nello scrigno della mia memoria e del ricordo altrui, se varrà la pena che qualcuno si ricordi di me.
Questo Christmas Carol finisce quindi permeato di questo mio stato definitivo di felicità. Ma attenzione alla reverie. Non instilliamo più nella mente dei nostri bambini l’idea che sia il lupo cattivo a voler mangiare Cappuccetto Rosso: dentro la pelle di quel lupo si nasconde sempre un uomo di cui aver paura. Ricordiamoci Plauto: «homo homini lupus», l’uomo è lupo per l’uomo. Iniziamo a regalarci e a regalare sotto l’albero alta educazione ambientale.
Auguri a tutti, ne abbiamo bisogno.

 

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