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Storie di un passato vicino. Un giorno per ricordare
di Fabio Marzari   

foibebasovizza.jpgCi sono pagine di storia che ancora si cerca di far passare in silenzio, perché nel clima insano del nostro Paese, dove le contrapposizioni ideologiche non si basano sulla dialettica, ma su blocchi belligeranti contrapposti, si fa un uso strumentale anche delle tragedie, finendo col farle divenire strumento di bassa propaganda. Il 10 febbraio si festeggia in Italia il Giorno del ricordo per non dimenticare i cinquemila italiani, alcuni storici parlano addirittura di diecimila, massacrati in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia tra il 1943 ed il 1945.

 

Gli autori di questa strage furono i partigiani di Tito che compirono una pulizia etnica e politica in piena regola verso gli italiani, mascherandola da azione di guerra. In realtà nelle cavità carsiche, chiamate foibe, vennero gettati ancora vivi, legati l’uno all’altro con il fil di ferro, uomini, donne, anziani e bambini che in quel periodo sciagurato di guerra si erano ritrovati in balia dei titini jugoslavi.

 

Le stragi avvennero all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, quando si scatenò l’offensiva contro i fascisti e i nazisti, ma nel mezzo furono colpiti indiscriminatamente tutti gli italiani. Ma il massacro più vasto fu perpetrato a guerra finita, nel maggio del 1945, per costringere gli italiani a fuggire dalle province istriane, dalmate e della Venezia Giulia. Per più di 50 anni è calato un pesante silenzio su questo capitolo tragico della nostra storia recente.

 

magazzino_18.jpgNel 1996 è stato un politico di sinistra, Luciano Violante, all’epoca presidente della Camera, a infrangere il muro del silenzio e a invitare a una rilettura storica degli avvenimenti. Appello ripreso sul fronte opposto dal leader della destra Fini e poi dal presidente della Repubblica Ciampi. Ed è stato un altro ex comunista, il capo dello Stato Giorgio Napolitano, a firmare la legge con cui nel 2004 il Parlamento istituiva una giornata commemorativa per le vittime dei titini, allo stesso modo delle celebrazioni per l’Olocausto degli ebrei. Il 10 febbraio è una data simbolica che si riferisce al 1947, quando entrò in vigore il trattato di pace con cui le province di Pola, Fiume, Zara, parte delle zone di Gorizia e di Trieste, passarono alla Jugoslavia. Le popolazioni italiane dovettero abbandonare nello spazio di pochissimo tempo tutti i loro averi, e ancora oggi a Trieste il vecchio Magazzino 18 del porto raccoglie le storie anonime di moltissime vite spezzate e costrette ad una fuga precipitosa.

 

A Venezia, nell’altro capo del Golfo, 8289 profughi trovarono accoglienza, una piccola parte di un popolo smembratosi e finito in tutta Italia e oltre. Il numero di persone coinvolte testimoniano la dimensione dell’esodo forzato di massa. Il legame con Venezia era forte sin dai tempi della Serenissima, quindi per i profughi istriani Venezia rappresentò la capitale storica per le comuni e secolari radici, che si esprimevano anche nel dialetto similare, tuttora parlato in Istria e in Dalmazia.

 

Nella zona industriale di Marghera, in località Ca’ Emiliani, come riferiscono le cronache dell’Arena di Pola del 1952, vengono costruiti «sessantasei alloggi, concentrati in quattro caseggiati che, a breve, saranno collegati al centro in modo molto comodo... Si tratta del primo passo di un programma più ampio destinato a realizzare altri centosessanta alloggi, con la conseguente sistemazione di 15.000 profughi nella borgata giuliano-dalmata».