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Home arrow ZOOM arrow [Incroci di Civiltà 2015] Intervista a Vladislav Otroshenko
[Incroci di Civiltà 2015] Intervista a Vladislav Otroshenko
di Redazioneweb2   

otroshenko.jpgNato a Novocherkassk nel 1959, è uno dei personaggi più interessanti emersi dalle nuova generazione di scrittori russi. Laureatosi a Mosca nel 1984, è membro dell’unione degli Scrittori Russi. È un narratore molto apprezzato in modo particolare per la sua bravura nel tessere intrecci in cui realismo e fantasia sfrenata trovano un suggestivo equilibrio. In Italia sono stati pubblicati due romanzi: Testimonianze inattendibili (Voland, 1997), selezionato per il Premio Booker, e Didascalie a foto d’epoca (Voland, 2004).

In una situazione internazionale fortemente caratterizzata dallo scontro di civiltà, appare quanto mai urgente il confronto serrato tra culture, persone, lingue e tradizioni. Molti scrittori sono nell'occhio del ciclone proprio per i loro libri: la libertà di parola e di scrittura è in questo momento sotto attacco. Qual’è la sua opinione in merito e quali sono i ‘doveri’ di uno scrittore nel 2015?
Il dovere di uno scrittore è scrivere bene. Sempre. Anche nel 2015. In questo dovere è racchiusa la libertà dello scrittore. Sono convinto che lo scrittore sia libero soltanto quando è fedele, per usare un’espressione di Roland Barthes, al “teatro del linguaggio”, e a nessun altro e a nient’altro.

 

La scrittura non è, per sua natura, compatibile con nessun tipo di impegno. Lo scrittore smette di essere scrittore se scrive per qualcosa, a servizio di un regime politico o in lotta con questo. Se scrive per insegnare, denunciare, testimoniare. O per i soldi. Per acquisire una posizione sociale. Insomma, se scrive “per”. Lo scrittore trasferisce al mondo la melodia della propria anima, prova a esprimere l’inesprimibile, sempre schiavo e padrone della lingua. Ecco, in sostanza, di cosa si occupa. Una qualsiasi intromissione esterna di tipo limitativo è semplicemente inammissibile in questo processo così sottile e misterioso. Naturalmente è del tutto evidente che la quantità di malvagità e aggressività, foriera di uno scontro di civiltà di dimensioni colossali, è di molto cresciuta negli ultimi anni. Ma ritengo possibile che, se gli scrittori che scrivono nelle diverse lingue si occuperanno di quanto loro compete in mondo consequenziale e irremovibile – cioè senza militanza, senza aderire ad alcuna delle parti in conflitto –, l’eco delle melodie delle loro anime contribuirà a ridurre il livello del male.

 

 

La scrittura oltre la narrazione: il suoi libri mostrano una straordinaria capacità di mescolare i principi tecnici più comuni della letteratura del Novecento. Cos’è per Lei la scrittura? Reale, surreale o iperreale, in quale di queste dimensioni temporali preferisce muovere le sue storie?
La critica russa (ma anche, a proposito, quella italiana), ha fornito diverse e a tratti contraddittorie interpretazioni di quanto scrivo. La mia scrittura è stata definita “mistificatoria”, “fantasmagorica”, “realista”, “mitologica”, “sensuale”, “magica”, “surreale”, “lirica”. Quando nel 2004 mi è stato conferito il premio Grinzane Cavour, durante la cerimonia all’Ambasciata italiana a Mosca, Maria Doria de Zuliani, che era tra i membri della giuria, rivolgendosi al pubblico (in russo) ha detto queste testuali parole: «Otroshenko è un creatore di miti. La sua prosa fantastica e grottesca, basata su fonti storiche, si potrebbe chiamare “misticismo realistico postmoderno”. Capirete che una definizione del genere si dà a un fenomeno che non è soggetto a definizione». Mi sembra un punto di vista molto corretto: si dovrebbero sempre evitare definizioni quando si parla della prosa di qualsiasi scrittore. Per lo scrittore stesso è positivo non avventurarsi mai in analisi approfondite del proprio modo di scrivere. Anche se si tratta di un’occupazione divertente e avvincente. Ma anche assurda. Dedicandocisi, lo scrittore diventa simile a un bambino che fa le smorfie davanti allo specchio.

 

Vladislav Otroshenko

26 marzo, h. 9 - Auditorium Santa Margherita