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Un Coach, il Basket. Intervista a Charlie Recalcati
di Massimo Bran   

ciamillo.jpgChi avrebbe previsto lo scorso settembre che la Reyer di patron Brugnaro e coach Recalcati, nonché del d.s. Casarin, si sarebbe trovata addirittura a un passo da giocarsi il titolo nazionale di basket sarebbe stato visto un po’ come un mattocchio, niente di più, niente di meno. Sì, perché va bene che la Reyer è davvero un gran progetto, con solide fondamenta e grande coinvolgimento della città, con uno straordinario vivaio, va bene che il mercato sin dall’inizio si è caratterizzato con scelte oculatissime, fuori dalla logica da album raccolta di belle figurine, a partire dal “gruppo Siena” di Tomas Ress & co., va bene che, seppur reduce dalla sfortunata esperienza di Montegranaro, coach Recalcati, la nuova scelta in panchina per una stagione rifondativa, è uno dei fari indiscussi del basket tricolore, va bene, insomma, tutto questo e di più, però da qui ad arrivare a recitare niente di meno che, incrociando le dita, il ruolo di primo sfidante al titolo della regina Milano, con addirittura la concreta possibilità di approdare in Eurolega (!), beh, ce ne vuole assai! Dei meriti societari si parla da anni con piena consapevolezza.

 

La Reyer storicamente ha sempre rappresentato il cuore sportivo vero della città, molto più che il calcio. Per anni, però, come del resto molte altre gloriose piazze italiane, era finita ai margini del sistema, resistendo come settore giovanile ma fuori da qualsiasi giro che contasse davvero. Bisogna quindi dar atto a Luigi Brugnaro di aver costruito davvero un qualche cosa di straordinario a partire proprio dal movimento orizzontale che ha creato, con centinaia di giovani coinvolti. Però competere ai livelli massimi significa investire molto denaro e bene, ma soprattutto avere la pazienza di costruire un percorso nel tempo. Quindi massimo merito del presente successo alla società e a chi l’ha così trasformata. E’ però vero che per fare un salto di qualità verso le massime sfere servono anche dei fuoriclasse, a partire dalla conduzione del gruppo.

 

La scelta di coach Recalcati in questo senso è stata davvero una grande mossa, non tanto o non solo per il suo palmares, quanto per la sua riconosciuta capacità di gestire gruppi e individui i più diversi, i più complessi. Su tutti basterebbe ricordare il suo capolavoro a Varese con la banda Pozzecco, non esattamente il più facile giocatore da gestire..., lo scudetto dei leggendari “tiri ignoranti”, o ancor di più lo straordinario argento olimpico di Atene 2004, con l’ossatura formata sempre da quegli allegri ragazzacci un tempo di Varese, così apparentemente antitetici dalla mitezza e compostezza di questo grande allenatore lombardo. Un vincente a livello mentale e progettuale. Non a caso la prima scelta da lui suggerita è stata quella di portare a Venezia il nocciolo duro della grande Mens Sana in liquidazione, quella Siena dove lui prima di Pianigiani inaugurò il clamoroso filotto di otto scudetti in 10 anni.  Sorpresa sì, quindi, per le dimensioni del successo di questa stagione, comunque vada, ma, ci si passi l’ossimoro, mai così programmata. A questo punto nessun sogno è precluso.

 

Per capire chi è davvero Charlie Recalcati abbiamo cercato però di andare oltre l’attualità, scavando nelle sue radici, nella sua storia profonda che coincide anagraficamente con la grande storia moderna del basket italiano ed europeo. Perché mai come in questo caso per capire le ragioni di un successo presente è necessario fare un tuffo nei fondamentali di chi di questo successo ne è il massimo artefice sul campo, o meglio, a bordo campo.


 

coach_recalcati_reyer.jpgTra tutte le buone ragioni che hanno fatto sì che scegliesse questa avventura veneziana, quale quella decisiva?
In tutte le realtà in cui ho lavorato, soprattutto da quando ho lasciato la Nazionale, tra il 2009 e il 2010, ho cercato un progetto. Questo mio bisogno di motivazioni l’ho sempre portato avanti rimanendo ben ancorato alla realtà, dove raramente capita che i propri sogni trovino soddisfazione piena dalle offerte che concretamente si ricevono. ‘Progetto’ è una bella parola, anche se poi come sempre a fare da giudice supremo è il campo, la storia. Ho lavorato due anni a Varese, dove c’era un progetto che aveva una logica ben precisa e che ancora oggi sta proseguendo. A Montegranaro è stato tutto diverso, con un progetto partito ambiziosamente ma subito ridimensionatosi. In questo momento della mia vita, alla mia età, le motivazioni sono fondamentali. In realtà credo rappresentino l’essenza pura e semplice di chi porta avanti un mestiere come il mio. Dieci o vent’anni fa ero alla ricerca di altre cose, di motivazioni differenti. In questo momento Venezia rappresenta al meglio ciò che cerco, ossia poter lavorare in una prospettiva lucidamente progettata in una società storica, alla quale mi sento personalmente molto legato. Quando ho cominciato a giocare a basket in serie A le società erano Petrarca Padova, Reyer Venezia, Roma, Pesaro, Cantù, dove giocavo, Varese, Milano... La Misericordia, per un giocatore della mia generazione, rappresenta qualcosa di davvero unico.

 

L’opportunità che mi si presenta è quindi quella di poter lavorare in una società dalla storia antica ma allo stesso tempo giovane, con un progetto partito dieci anni fa che ha potuto fondarsi su una storia gloriosa, facendo passi da gigante, partendo dalla B2. Una realtà che vive la pallacanestro a 360°, con la squadra maschile e femminile e i rispettivi settori giovanili. Da questo punto di vista Luigi Brugnaro, con tutto il suo staff naturalmente, ha costruito una realtà davvero con pochi confronti in Italia, forse nessuno. Perché qui non si tratta di un exploit di una squadra maggiore frutto di scelte di mercato azzeccate e stop. No. Qui siamo di fronte a una crescita che nasce dal basso, dal profondo della società, con una cultura del vivaio davvero da prendere ad esempio in Italia. E i risultati delle giovanili, maschili e femminili, parlano eloquentemente a riguardo dicendo che questa crescita è frutto di tutto tranne che del caso. E il dato più bello ed entusiasmante è proprio la capacità di far sentire la città, la società con i suoi giovani al centro del progetto-Reyer.

 

Per tutte queste ragioni sarebbe presuntuoso, nonché irrazionale, da parte mia avere la pretesa di portare per forza a compimento questo progetto; l’età e la carriera mi consentono di poter ragionare in maniera diversa. Sono felice di rappresentare una tappa di questo percorso sportivo, di cui magari qualcun altro potrà raccogliere i frutti in un futuro che mi auguro assolutamente prossimo. Quello che conta è la società, l’organizzazione; i giocatori, gli allenatori, i dirigenti possono cambiare. Tutte le persone che vengono coinvolte nel progetto devono sforzarsi di comprenderlo, di sposarlo. Questi percorsi mentali li ho vissuti in prima persona, avendo la fortuna di arrivare nel posto giusto al momento giusto, mettendoci ovviamente poi qualcosa di mio che ha contribuito al raggiungimento di un determinato obbiettivo. Quando mi sono trovato in una situazione del genere, penso al primo scudetto di Siena o alla Fortitudo, mai mi sono sognato di pensare che si fosse vinto grazie al mio arrivo. Proprio per averlo provato in prima persona, penso a quanto mi potrebbe gratificare non essere dimenticato da chi raccoglierà in seguito i frutti del nostro lavoro alla Reyer, proprio come io non ho dimenticato chi occupò prima di me le panchine a Siena, a Bologna o a Varese.

Quali sono le idee, il filo che ha seguito per costruire il mosaico Reyer 2014-15?
Nel costruire una squadra cambiare tutti i giocatori tranne uno equivale a cambiarli tutti, soprattutto quando un progetto riparte da un nuovo allenatore, come nel nostro caso. Per quanto riguarda la conferma di Hrvoje Perić è stato fondamentale il confronto con chi aveva lavorato con lui lo scorso anno, ossia una parte dello staff e soprattutto il general manager Federico Casarin. Quasi sempre non è sufficiente un anno per diventare una squadra cambiando così tanti elementi. La creazione di un metodo di lavoro comporta anche l’amalgama di un gruppo di giocatori in grado di seguirti negli anni a venire. In questo modo anche i nuovi arrivati possono contare sull’appoggio e sull’aiuto di uno zoccolo duro che già conosce l’ambiente o l’allenatore. Tutto questo motiva e spiega la presenza in rosa del cosiddetto ‘gruppo Siena’, ambiente in cui ho lavorato e di cui ho potuto verificare bontà e validità professionali. In Toscana ho avuto la possibilità di vincere subito cambiando 3-4 giocatori, a dimostrazione di come non contino solo e soltanto le persone ma anche e soprattutto l’organizzazione di una società. Qui a Venezia, non avendo uno zoccolo duro su cui poter costruire la squadra, in concomitanza con la scomparsa sportiva di Siena si è presentata la possibilità di ingaggiare giocatori che avevano lavorato assieme in quel sistema e che avrebbero potuto portare nell’ambiente veneziano una mentalità nuova. Tutto questo è servito ad accelerare i tempi. È importante che l’allenatore abbia le idee chiare e che riesca ad instaurare un feeling con il giocatore, facendosi seguire in maniera incondizionata. Penso a Phil Goss, alla sua conoscenza dei miei metodi di lavoro. Giocatori di questo tipo per me sono fondamentali soprattutto a livello comportamentale; possono essere di esempio per tutti gli altri atleti, giovani o meno giovani. Un allenatore può essere il più grande affabulatore del mondo, ma è in campo che l’atteggiamento deve trovare la propria espressione concreta, con dei giocatori capaci di dimostrare la propria importanza soprattutto nei periodi difficili che inevitabilmente contraddistinguono una stagione.

Tutti ora parlano di grande sorpresa Reyer. Ma lei lo è davvero, oppure sapeva che poteva attendersi una grande stagione come questa ancora in corso, addirittura alle soglie della lotta per il titolo?
Non posso definirmi troppo sorpreso; il campo sta esprimendo valori su cui contavo fin dall’inizio. Come già detto, tutti i migliori propositi non mettono al riparo da brutte sorprese, ma proprio grazie alla mia esperienza di giocatore ho avuto conferma di quanto una grande squadra si costruisca soprattutto nello spogliatoio. La volontà di portare avanti le proprie convinzioni c’è sempre, anche se avevo messo in preventivo di dover stravolgere un po’ i piani in base alle difficoltà che di volta in volta avrei affrontato. Non abbiamo avuto grossi problemi, i risultati sono sempre stati piuttosto costanti e nessun contrasto si è creato all’interno dello spogliatoio. Le difficoltà sono state fisiologiche, legate alla condizione atletica dei diversi giocatori, ma fortunatamente nulla di così grave.

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Il tema degli italiani, stucchevole e irrisolto. In Eurolega vediamo corazzate piene di giocatori indigeni, perché da noi no? Quali le sue idee a riguardo?
Questo è un aspetto che mi appassiona molto, anche per il mio passato di allenatore della Nazionale. Quando ero in Federazione abbiamo battuto strade diverse. All’epoca ci era preclusa la possibilità di avere un vero e proprio cambio generazionale; pur essendo una delle Federazioni con il maggior numero di tesserati, gli atleti di alto livello non erano molti. Le misure prese in giro per l’Europa su questo cruciale tema sono state diverse. La Federazione russa, quella turca e quella ucraina avevano per esempio introdotto l’obbligo di schierare in campo almeno due giocatori delle rispettive nazionalità; noi avevamo messo dei precisi paletti per il settore professionistico, con particolare attenzione ai campionati minori, in cui gli under 23 si formano e crescono. Per quelle che erano le mie attese, non abbiamo raggiunto i risultati che speravamo di ottenere.

 

Nel momento in cui si decide di seguire un percorso bisogna anche avere la possibilità di prevedere e stabilire delle verifiche periodiche, per controllare appunto che i risultati siano in linea con le aspettative. In Italia siamo sempre in ritardo di 5-6 anni anche solo per decidere quale sia il modo migliore per affrontare questo problema. Dobbiamo verificare, pensarci sopra, confrontarci, affrontare la situazione attraverso gli immancabili compromessi, con una sistematica perdita di tempo prezioso.

 

Resto convinto che si debba dare più importanza alle società che formano i giocatori. Bisogna farlo concretamente, in termini economici, premiando chi investe nel settore giovanile. Questo vuol dire affidarsi a tecnici preparati, professionisti seri che sappiano affrontare un impegno così complesso e articolato. Il presidente di una società, affrontando un investimento di questo tipo, deve sapere che qualcosa gli tornerà indietro, altrimenti rivolgerà la propria attenzione al mercato estero, economicamente più conveniente. Una volta che il giocatore esce dal settore giovanile deve esserne incentivato l’utilizzo. È inutile introdurre l’obbligo di un numero minimo di giocatori italiani in rosa se questi poi non vengono fatti giocare. Deve essere l’effettivo utilizzo ad essere incoraggiato, ovviamente in base alla sacrosanta valutazione delle capacità dello specifico atleta. È così che si scovano i campioni. Questo deve essere fatto a tutti i livelli, non solo in serie A, con vantaggi fiscali ancora maggiori nel caso in cui il giocatore sia cresciuto nel settore giovanile della società che lo fa giocare. In Italia il discorso è stato solo parzialmente recepito, con obblighi e incentivi non opportunamente regolati.

Dall’età pionieristica alla modernità. Da giocatore e da allenatore il basket anni ’60-’70 cosa ci insegna ancora oggi? Cosa recupererebbe di quell’epoca?
Sarebbe bello che i giocatori di oggi, atleticamente più completi rispetto a quelli di qualche anno fa, potessero avere la stessa padronanza tecnica dei loro predecessori. Sono cambiate tante cose; la pallacanestro stessa è cambiata, trasformandosi da gioco non di contatto a disciplina dal contatto invece esasperato. Da allenatore non devo pensare di copiare elementi del passato, o almeno non troppi e non tutti. Se si porta avanti questo mestiere per tanti anni bisogna necessariamente essere capaci di aggiornarsi e di rielaborare, sapendo quanto sia pericoloso fare troppi paragoni tra presente e passato. La sintesi perfetta potrebbe essere appunto giocare la pallacanestro di oggi con i fondamentali di allora. Il discorso riferito alla carenza nei fondamentali si lega poi al problema relativo ai giovani di cui parlavamo prima, nell’ottica di un settore giovanile che dovrebbe essere visto come scuola di formazione in cui la vittoria di una partita non deve rappresentare l’aspetto topico dei propri obiettivi. Troppa esasperazione, troppa smania di risultati già a quell’età, che invece dev’essere il momento della formazione pura.

I suoi maestri in campo, i suoi maestri in panca.
Sono arrivato in serie A a sedici anni e mezzo. A Cantù ho trovato un compagno di squadra che ricopriva il mio stesso ruolo, all’epoca di 5-6 anni più vecchio di me. Il suo nome era Tonino Frigerio e gli sarò sempre riconoscente per l’enorme aiuto ricevuto in un periodo così delicato della mia carriera. Fortunatamente ho avuto pochi allenatori, aspetto che considero positivo, perché se è vero che ogni allenatore ha qualcosa da insegnarti, è altrettanto vero che un cambio di guida tecnica rappresenta un elemento tanto sconvolgente da poter generare confusione nel caso si verifichi troppo spesso. Personalmente ho avuto poi la fortuna di ritrovarmi in serie A con lo stesso allenatore che mi aveva insegnato a giocare quando avevo 13 anni, Arnaldo Taurisano, un autentico guru dei fondamentali. Altre figure per me importantissime sono state Gianni Corsolini e Boris Stanković. In Nazionale sono stato allenato da Nello Paratore e Giancarlo Primo, anche se la loro influenza su di me è stata minore, visto il pochissimo tempo che si passava con la Nazionale rispetto a quello vissuto nel club di appartenenza.
Nell’estate in cui sono passato dall’essere giocatore a essere allenatore è stato così facile per me ispirarmi a Taurisano, Corsolini e Stanković. Ogni anno passato con loro equivaleva a 10 master! Con Taurisano un allenamento era una lezione tecnica; nella mia prima esperienza di allenatore, a Bergamo in serie B, non ho fatto altro che riprendere i suoi vecchi appunti. Quando ero allenato da lui, conoscevo fin dal primo giorno quella che sarebbe poi stata la preparazione quotidiana di tutta la stagione, dettagliatamente. Gianni Corsolini è l’allenatore che mi ha portato a Cantù, anche se definirlo allenatore è per certi aspetti riduttivo. Parlo di un’epoca in cui molti miei compagni di squadra svolgevano altri lavori durante il giorno e venivano ad allenarsi la sera, pur giocando a livello professionistico, in serie A. Lo stesso Corsolini faceva il rappresentante per la Levissima e la sera allenava noi. Si tratta di una persona dall’umanità e dalla sensibilità assolutamente uniche; a lui mi lega un affetto sincero, sua moglie mi dava ripetizioni di Diritto e il nostro non era un rapporto allenatore-giocatore come può esserlo al giorno d’oggi. Questo suo modo di trattare i giocatori è molto vicino al mio carattere e mi ispira ancora. Il lato umano del mio essere allenatore lo devo totalmente a lui.
Se dovessi invece dare un voto al Boris Stanković ‘allenatore puro’ sarebbe poco più di 5. Arrivò a Cantù dopo aver fatto poco l’allenatore; era stato direttore tecnico della Nazionale jugoslava allenata da Aza Nikolić e la sua figura era soprattutto politica, come poi dimostrerà la sua straordinaria carriera da Presidente della FIBA. La sua grandezza quindi non era tanto tecnico-tattica, quanto psicologica, mentale, di gestione complessa di un gruppo.

 

Da ognuna di queste persone ho cercato di prendere qualcosa: da Taurisano l’aspetto tecnico, da Corsolini quello umano e da Stanković quello strategico-gestionale. Proprio quest’ultimo, ad esempio, mi ha cambiato la testa, l’approccio psicologico alla pallacanestro. Quando lo incontrai, pur essendo un tiratore, il mio ultimo pensiero era fare canestro. Dopo 30 minuti con lui mi ero trasformato in un realizzatore sicuro dei propri mezzi. Sempre a lui devo la convinzione che nessuno, a prescindere dal ruolo ricoperto in squadra, possa pensare di raggiungere un obbiettivo senza l’aiuto di tutti. A questo proposito, porterò sempre dentro di me i discorsi fatti alla squadra fin dalla prima riunione tecnica; frasi che ci facevano notare come lo spogliatoio fosse in perfetto ordine al nostro arrivo grazie al lavoro dei custodi del Palazzetto, così come il parquet sempre pulito per merito di chi arrivava ogni giorno prima dell’allenamento a lucidarlo. Ci ricordava di ringraziare tutte queste persone, di gratificarle, perché così facendo anche la qualità del loro lavoro ne avrebbe giovato e la squadra non avrebbe perso minuti preziosi di allenamento per sistemare i canestri o gonfiare i palloni. Ad ogni allenamento non mancava mai un elogio e un ringraziamento a chi magari la domenica non aveva giocato. Ogni singolo componente di squadra e staff si sentiva così al centro del progetto, rappresentando uno dei fondamentali ingranaggi di un meccanismo che questi gesti rendevano perfettamente oliato.

recalcati_reyer_cantu.jpgChe cosa invece le piacerebbe restasse ai suoi futuri successori del suo lavoro, del suo insegnamento?
Ho sempre avuto la fortuna di poter contare su collaboratori molto bravi, come ora con Walter De Raffaele. Sono sempre uscito arricchito dai rapporti professionali con i miei assistenti, spero possa essere così anche per loro. Da questo punto di vista sono stato sia fortunato che bravo. Difficile dire quale sarà il tratto prevalente che più resterà del mio lavoro ai miei eredi. Mi viene di nuovo da tornare al mio passato, a ciò che ho appena detto, ossia alla mia esperienza con i miei maestri. Difficile che il lato tecnico sia l’aspetto che più verrà ripreso da chi ha lavorato con me, perché tutto muta troppo rapidamente nel nostro presente. Per esempio Taurisano, come dicevo, è stato il mio più grande maestro di tecnica, di fondamentali, eppure paradossalmente dei tre miei maestri forse è quello che è più difficilmente per me seguibile oggi, proprio perché il gioco è tutt’altra cosa rispetto agli anni ’60. L’insegnamento di Stankovic, invece, pur considerandolo un maestro di gioco assolutamente inferiore a Taurisano, è totalmente attuale, perché attiene alla sfera psicologica, di gestione, valorizzazione, ottimizzazione del lato mentale di un gruppo. Un aspetto, questo, certo anch’esso suscettibile di variazioni legate alle trasformazioni culturali, educative, sociali del nostro mondo, e però nelle sue fondamenta con delle costanti spendibili sempre, perché per dirigere in maniera vincente un gruppo da un punto di vista mentale servono delle caratteristiche non così diverse da quelle che servivano cinquant’anni fa. Così come da un punto di vista umano l’ispirazione di Gianni Corsolini non mi abbandona mai, perché credo che i suoi metodi non possano e non debbano invecchiare. La tecnica si rivoluziona, la cultura relazionale e gestionale invece sono qualità che il tempo non trasforma in maniera così radicale. Quindi spero e credo che se qualcosa del mio insegnamento rimarrà sarà proprio quello attinente alla sfera dei rapporti umani e psicologici con gli individui e col gruppo.

NBA/Eurolega: la forbice si è davvero così accorciata? Non crede che se gli Obradovic e i Messina allenassero i top club NBA questi crescerebbero tatticamente di più?
I dirigenti e gli allenatori statunitensi hanno potuto verificare come l’etica del lavoro europea sia di sicuro migliore rispetto a quella presente statunitense. In questo modo i giocatori europei possono coinvolgere i colleghi americani proprio come è successo qui a Venezia con il ‘gruppo Siena’. Per quanto riguarda invece il discorso relativo alle capacità, per vedere Ettore Messina capoallenatore credo sia solo questione di tempo. Di sicuro non è un mondo facile, bisogna avere la forza di entrarci in punta di piedi con la pazienza e l’umiltà di fare gavetta, dimenticandosi per certi aspetti della carriera precedente a quell’esperienza. Questo vale per persone caratterialmente molto diverse tra loro, come per esempio Messina e Obradovic. Anche se non mi è propriamente facile immaginare un carattere così debordante e dominante come quello di Obradovic in un contesto quale quello NBA, ancora tutto sommato troppo convinto della sua superiorità. Forse Messina, con il suo approccio più light, più diplomatico avrà più chance. Penso che il tempo sia più che maturo per un capo allenatore europeo in America, sì: questione di anni, o forse di mesi…