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Home arrow ZOOM arrow TRACCE | Ora et labora. La regola benedettina, oggi.
TRACCE | Ora et labora. La regola benedettina, oggi.
di Mariachiara Marzari e Fabio Marzari   

praglia.jpgUn incontro di quelli che lasciano il segno, nella quiete della magnifica Abbazia benedettina di Praglia (Pd), in una giornata di quelle perfette, con la luce giusta e con i colori che sembrano messi apposta per porsi qualche domanda sul creato. Ospiti dell’Abate, padre Norberto Villa, abbiamo avuto il privilegio di vedere da vicino la vita dei monaci, seguendo per qualche ora il loro fitto calendario giornaliero, fatto di momenti di preghiera e di lavoro, una fede vissuta naturalmente, senza ostentazioni ed eccessi, misurata nella profonda intensità spirituale, senza creare distacco tra l’interlocutore, laico e agnostico, e la calorosa umanità e lungimiranza del Padre Abate, uomo di solide credenze religiose, ma vicino ai temi della contemporaneità.

 

L’Abate Norberto Villa, lombardo, laureato in economia alla Bocconi, vive da 39 anni a Praglia e regge anche un altro luogo di puro incanto: l’Abbazia di San Giorgio Maggiore nell’isola omonima a Venezia.

 

Fautore dell’incontro è stato Carmelo Grasso, direttore della Benedicti Claustra onlus, un giovane e appassionato interprete della migliore sintesi tra importanti, anche dal punto di vista artistico e architettonico, luoghi di fede e l’arte contemporanea e non solo.

 

praglia_2.jpgAbate Villa, come si vive nel nostro tempo la Regola benedettina?
Chi entra in monastero entra soprattutto in un mistero. Io parlo scherzosamente di una multinazionale, la 3M: la prima “M” sta per “Monastero”; la seconda per “Ministero”, inteso come rapporti civili e spirituali all’interno e con l’esterno della società, la terza sta proprio per “Mistero”, ed è quella che dà il colpo d’ala a tutto. Il monaco accede al monastero per cercare Dio, fulcro della vocazione monastica ed essenza della vocazione cristiana. Tutto questo è possibile proprio perché Dio ha già fatto tutto per noi. Creazione e Redenzione delineano già i nostri orizzonti, il monaco riconosce tutto questo e tende verso Dio. San Benedetto, rifacendosi all’antropologia biblica, non cede mai alla tentazione di scandire e vivisezionare la realtà, cosa che avveniva nel secondo Medioevo. Può essere considerato la sorgente ideologica, luogo da cui bere acqua pura, di fonte. Dio ci ha già trovato, il prologo della Regola è già fondato su questo, attraverso l’inciso: «chi desidera la vita e vedere giorni felici?».

 

Il Signore cerca l’operaio in mezzo alla propria folla; se ti rendi disponibile è il Signore stesso a dire: «Eccomi». La Regola benedettina è apparentemente banale, ma ogni sua parola offre una profondità e una sfaccettatura capace di colpirti a distanza di decenni dalla prima lettura. Benedetto era partito per Roma per affrontare studi umanistici, ma colpito negativamente dal clima morale della capitale decise di ritirarsi a vita eremitica, trovando in breve un gruppo sempre più numeroso di persone che si sono unite a lui, insediandosi successivamente a Montecassino. La Regola non è stata scritta di getto, in un’unica soluzione: la parte finale, il capitolo 64 in cui si parla dei portinai, rappresentava infatti la prima conclusione, cui poi è stata aggiunta una parte dedicata alla dimensione comunitaria, che arriva fino al capitolo 73, dedicato alle “obbedienze impossibili”. Proprio questo capitolo è un’altra lezione di vita, un insegnamento che ci indica il modo migliore per affrontare le difficoltà, attraverso una preghiera capace di rafforzare anche la fiducia in noi stessi. In quest’ottica, anche l’imputazione all’Abate di una mancanza spirituale da parte di un componente della comunità monastica è atto dalla profondità straordinaria. Chi gioca in questo spazio di vita lo fa in assoluta libertà, grazie alla figura dell’Abate, capace di fare da garante a quelle che sono le azioni di ognuno. Quello dell’Abate è un ruolo umanamente quasi impossibile, la cui ragione si trova proprio nello svolgimento di questa funzione: essere considerato un ponticello, un tramite. Straordinaria è l’illustrazione fatta da San Benedetto di questo mistero monastico: Casa di Dio, Scuola del Servizio Divino, Officina dell’Arte Spirituale, Scala di Giacobbe, Tenda del Convegno sono tutte risonanze bibliche dall’attualità impressionante. Si tratta della ragione stessa che sta alla base della nostra volontà di vita, attraverso la conoscenza di Dio e di colui che ha mandato. Questo è lo scopo della vita del monaco, entrare in questo mistero di amore. Per fare questo, a me piace dire, non devi metterci la vita, ma rimetterci la vita. E la risposta che si trova è garantita dall’amore preesistente. Il monastero è prova stessa dell’esistenza di Dio; su questo punto vorrei sfidare un agnostico che fosse in grado di dimostrarmi che la vita presente in monastero ha radici puramente avvalorate solo sul piano umano. Se ci riuscisse, sarei disposto a rinunciare alla mia fede.

 

Non esiste una ragione umana in grado di spiegare tutto questo. Tutti vogliamo e tendiamo verso la vita, ma le ‘ricette’ che ci vengono date dalle varie agenzie non permettono di vivere la propria libertà. La proposta di Benedetto è una tradizione vivente e concreta, la concezione benedettina della bellezza basterebbe da sola a fornirci stimoli sufficienti a mandare avanti la nostra esistenza all’insegna della rettitudine. Questo spiega la nostra attività a San Giorgio Maggiore e le iniziative che stiamo intraprendendo nell’ambito dell’arte contemporanea con Benedicti Claustra Onlus. Non abbiamo aggiunto niente ai dettami di San Benedetto, gli abbiamo dato solo espressione culturale e civilistica visibile a tutti. Le tele dell’altare di San Giorgio Maggiore erano blasfeme all’epoca in cui furono realizzate. I monaci hanno potuto inserirle in quel contesto grazie alla libertà di cui godevano e alla loro concezione di confine tra arte e vita, traducendo spiritualmente la loro esperienza, come nel caso de L’ultima cena e La raccolta della manna di Tintoretto. L’attività monastica è basata sulla lezione di Dio, spesso questa cosa non viene ribadita abbastanza. A partire da questo fatto, tutta l’esperienza dell’attività monastica benedettina si propaga nelle diverse espressioni, come il canto gregoriano per esempio. Nel caso di San Giorgio Maggiore, tutto questo è clamorosamente visibile.

sangiorgio_2.jpgChi è l’Abate e come si svolgono le sue funzioni?
San Benedetto lo chiama “superiore del monastero”. Dal punto di vista religioso l’Abate svolge le stesse funzioni di Cristo, rappresenta il centro della vita del monastero. Ha la responsabilità sulle cose spirituali e materiali della vita dei monaci e dei componenti della comunità monastica. La Regola benedettina declina questa figura in costante rapporto con la comunità e con la funzione di correzione terapeutica. Più che comandare, l’Abate deve servire e aiutare la comunità e i suoi componenti, nel caso di Praglia compresi in una fascia d’età davvero vasta, dai 24 ai 90 anni e oltre. Le eventuali correzioni devono essere sempre improntate a un atteggiamento di misericordia, senza limitarsi a ‘grattare la ruggine fino a bucare il vaso’ o ‘calpestare la canna piegata’, memore della misericordia ricevuta da Dio a suo tempo. È la comunità a eleggere l’Abate, altro aspetto fondamentale. Tra Abate e comunità si instaura un rapporto in tutto e per tutto simile a quello tra il fulcro e i raggi di una ruota di bicicletta. L’uno non sussiste senza gli altri e viceversa. L’Abate rappresenta il fulcro, figurativamente infilzato da tutti i raggi…

Come si configura la giornata-tipo in monastero?
All’atto solenne di professione, vengono consegnati l’abito liturgico e un breviario. Questo rappresenta il primo lavoro del monaco, celebrare la liturgia della chiesa per la salvezza del mondo. Proprio questa liturgia cadenza l’intera giornata, all’insegna della profondità spirituale che deve caratterizzare la vita del monaco. La giornata comincia verso le 5:20 del mattino, con il Mattutino, che dura circa un’ora. Fino alle 7:30 possiamo dedicarci alla colazione, alla lectio divina e alla pianificazione della giornata; fino alle 9 abbiamo le Lodi, la Messa e la Terza; lavoro e impegni vari proseguono poi fino alle 12, quando la preghiera Sesta precede il pranzo; dopo aver pranzato e riassettato abbiamo un’ora di riposo fino alla Nona, con attività che poi procedono per circa tre ore, arrivando alle 18:30, con il Vespro; dopo il Vespro abbiamo circa 45 minuti per la lectio divina e la preghiera personale; viene poi la cena, seguita da un momento ricreativo in ambito comunitario; chiude la giornata la Compieta, momento di preghiera prima di andare a dormire.

 

Questa scansione ovviamente trova la propria radice in Dio e nella preghiera, basti pensare ai Salmi, preghiera del popolo d’Israele dall’importanza fondamentale per la vita di un monaco. Nei Salmi sono presenti anche le accentuazioni imprecatorie, che riconducono la dimensione del male umano alla misericordia e alla grazia di Dio. In ottica comunitaria, per sostenere questo bioritmo spirituale deve esserci un supporto concreto di attività sociale, civile ed economica. Il periodo di formazione monastica prende circa 6 anni e forma un soggetto capace di dedicare attenzione a tutti questi diversi ambiti della vita quotidiana del monastero. Per tutte le attività abbiamo un sistema di turnazione settimanale: per chi deve leggere, per gli inservienti in cucina, per chi presiede l’Eucaristia, per le pratiche di ufficio. Il coinvolgimento è totale, chi vuole vivere bene sa di poter contare su una scansione equilibrata. Ci sono figure istituzionalmente più esposte, come il sottoscritto o come la figura dell’Amministratore, funzione che ho svolto per più di dieci anni, che sono impegnati in attività anche fuori dalle mura del monastero.

 

In un’ottica di questo tipo potremmo anche passare per privilegiati, salvo poi considerare come il monastero in tutta la storia dell’umanità sia stato in grado di ricoprire il ruolo di garante della civilizzazione. Noi siamo in questi territori da nove secoli. La nostra storia è fatta di una sedimentazione di rapporti interpersonali portati avanti con dedizione e fatica. Questa sedimentazione copre tutti gli ambiti, quello spirituale come quello civile, quello economico come quello artistico. Questo è il senso autentico del concetto di “comunità”, il nucleo della “logica evangelica di umanizzazione” auspicata da San Benedetto. Quando la comunità di Praglia è arrivata in queste terre, il panorama era costituito da acquitrini. Il monastero è poi stato l’origine di tutto quello che si vede oggi. Sull’etichetta del vino che produciamo si fa riferimento a un contratto datato 1192 tra l’allora Abate di Praglia Giuseppe e un contadino della zona per l’impianto di un vigneto. Non essendo costretto da logiche particolari, inoltre, il monastero si conferma spazio creativo senza pari. In quale altro luogo al mondo è possibile vedere concentrate persone impegnate in attività come il restauro del libro, la gestione di un’erboristeria, di una cantina, di una lavanderia, di una cucina, di un’infermeria? È spazio di vita autentico, una comunità attiva libera da meccanismi che in qualche modo potrebbero influenzarne lo sviluppo e allo stesso tempo sempre tesa verso uno scopo ben preciso, la “logica evangelica di umanizzazione” appunto.

plensa.jpegBenedicti Claustra Onlus. Come si svolge l’attività di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e artistico delle Abbazie?
Abate Villa: Per seguire tutte le attività di carattere sociale e culturale è stato necessario divenire una Onlus. Per valorizzare e integrare la nostra realtà, comprendente Praglia e Venezia intese come un unicum, questo strumento si è dimostrato utilissimo. Lo spazio di San Giorgio Maggiore è straordinario a tal proposito, permettendoci di ospitare installazioni collaterali della Biennale, come nel caso di Ascension di Anish Kapoor nel 2011, Perspectives di John Pawson nel 2013 e Together di Jaume Plensa, mostra attualmente in corso. Artisti che si sono innamorati dell’Abbazia e i cui nomi basterebbero da soli a dare un’idea del tenore della nostra attività.
Carmelo Grasso: La premessa di cui parla l’Abate è stato il punto di partenza da cui è stato possibile iniziare questo cammino. Ovviamente la comunità benedettina, sia nel caso di Praglia che di San Giorgio Maggiore, ha degli obblighi riguardanti la manutenzione ordinaria e straordinaria, essendo luoghi in parte (come nel caso di Praglia) o totalmente (come San Giorgio Maggiore) sotto il controllo demaniale.

 

Trovata la formula, i primi passi sono stati per forza di apertura verso l’esterno, verso la società civile, aspetto che costituisce uno dei principali pregi della società benedettina, diretta conseguenza della sedimentazione storica cui l’Abate faceva riferimento. A San Giorgio Maggiore questo ha portato a una vera e propria riorganizzazione degli spazi e delle persone che di questi spazi si sarebbero dovute occupare. Il pianterreno del corridoio chiamato “Manica Lunga”, ribattezzato “Officina dell’arte Spirituale” e definito dallo stesso Abate “spazio di luce, di vita e di cultura”, si è fatto luogo di accoglienza, in cui assieme all’artista si pensa proprio all’incontro tra le rispettive sensibilità, prima ancora che all’opera o all’installazione.
Il primo vero passo è stato pensare a questa organizzazione degli spazi; successivamente abbiamo ospitato la Collezione Real Venice, curata da Elena Foster, in contemporanea con l’opera di Anish Kapoor in Chiesa. Si tratta fondamentalmente di un incontro sul piano umano in cui “l’arte salva l’arte”, arrivando solo in ultima istanza all’esito artistico visibile a tutti.
A.V.: Anche in questo caso la questione della sedimentazione ritorna, con la presenza benedettina a San Giorgio che prosegue ininterrotta dal 982. Ne parlai con l’allora Patriarca Scola, riflettendo sull’inciso di Cristo: «Dove due o tre si riuniscono nel mio nome, là ci sono io». È da questo concetto che ogni cosa comincia e si sviluppa. Ricordiamoci che a San Giorgio la Chiesa Cattolica si è salvata dopo il Conclave del 1799-1800, svoltosi proprio in quella Abbazia, che ha ripreso le redini della Chiesa allora allo sbaraglio, facendola tornare a esprimersi nella propria identità cattolica e apostolica.
C.G.: Il rapporto si configura anche nella gratuità della concessione degli spazi, ricambiata a volte da donazioni che vengono totalmente reinvestite nella manutenzione dei luoghi stessi. Manutenzione che ha bisogno di moltissimi interventi: la ristrutturazione della Sala del Capitolo, i quadri, il braccio di San Giorgio, che finalmente dopo 12 anni è stato posizionato anche grazie alla nostra caparbietà. In tutto questo, la cosa che mi sta più a cuore evidenziare è come l’Abbazia non abbia mai smarrito la propria identità fin dal 982. Pur ospitando in chiesa installazioni di arte contemporanea, mai il luogo sacro è stato sminuito o stravolto. Quando, negli incontri preliminari con gli artisti, li sentiamo parlare di “location” in riferimento all’Abbazia, ci rendiamo conto subito di imboccare la strada sbagliata. L’Abbazia rimane luogo sacro in tutte le sue forme, iniziative e ritmi. L’attività di Benedicti Claustra Onlus è saldamente innestata su prerogative di spiritualità, quasi a costituire un pretesto per instaurare un dialogo tra società civile e società monastica, che procede dal 982 e che magari negli ultimi anni si era fatto meno solido, più flebile. L’Abbazia non è una Fondazione, non è un Museo, non è un Galleria, non è un Padiglione. Per quanto riguarda la visita dei suoi spazi, l’attività della Onlus ha fatto in modo che anche le fasce d’età più avanzata potessero compiere una visita completa. Ci sono persone che lavorano quotidianamente in questo senso, accompagnando su richiesta o secondo orari programmati i visitatori in luoghi come la Sagrestia Palladiana, il Coro Maggiore, dove i monaci si riuniscono per la preghiera, la Cappella della Deposizione, la Sala del Conclave o quella del Capitolo, recentemente ristrutturata, con l’affaccio sul Chiostro dei Cipressi. La Onlus ha potuto coinvolgere professionalmente altre persone in un periodo economicamente difficile: nel 2008 ero da solo, mentre ora siamo in 7. Anche questo è un dato significativo e importante. Altro aspetto che mi piace segnalare è quello relativo alle ospitalità che noi abbiamo intrapreso con due scuole di restauro importantissime come la City and Guilds di Londra, per la parte lapidea, e l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, per quella scultorea o pittorica, di cui proprio in questi giorni accogliamo otto studenti e due docenti per interventi sul nostro Crocifisso antico. Gli studenti stessi si sentono investiti della responsabilità collegata a questa attività di restauro, sia dal punto di vista umano, che professionale. Dando loro vitto e alloggio noi abbiamo la possibilità di ricevere aiuto nella manutenzione ordinaria e nel restauro di oggetti tanto delicati quanto preziosi.
A.V.: La convivenza con queste persone, coinvolte per un periodo nella vita quotidiana del monastero è quanto di più sorprendente si possa osservare, fin dai momenti di condivisione di spazio e tempo in refettorio. Persone che magari hanno perso nel quotidiano il piacere di condividere un pasto, di iniziare e terminare il pranzo con una benedizione. L’accrescimento professionale segue di pari passo quello umano; l’ospite si rende conto di entrare a far parte di un segmento di storia a sua volta incluso in un più ampio sistema che è il risultato della sedimentazione storica che di continuo ritorna nei nostri discorsi.
C.G.: I restauratori, tutti laureati, entrano in monastero con dubbi e perplessità sulle regole da seguire, ma per questo motivo è ancora più bello vedere come alla fine del loro periodo siano in grado di muoversi con disinvoltura negli spazi condivisi con gli altri monaci. In maniera del tutto naturale, fanno proprie non solo le regole di condotta, ma anche nutrono un profondo senso di rispetto per l’istituzione in cui si trovano. Il loro è un lavoro offerto, noi forniamo vitto e alloggio occupandoci di acquistare materiali particolari, ma alla base di tutto sta la loro volontà di mettersi al servizio della comunità.
Ovviamente il nostro è un entusiasmo che vive di referenti forti come la Curia, nelle figure del Patriarca e di Don Gianmatteo Caputo, e la Soprintendenza, con i referenti per San Giorgio Maggiore.
A.V.: Si tratta di un’ospitalità che lavora di riflesso. Noi possiamo fare tutto questo proprio perché a nostra volta ospitati nella Creazione e nella casa di Dio. È il riferimento di San Benedetto alla misericordia per chi è nostro ospite, riflesso stesso della misericordia di Dio. Si tratta di uno scambio straordinario che abbiamo la possibilità di vivere giorno dopo giorno. Certo, non si tratta di un percorso in cui tutto fila sempre liscio. Proprio in riferimento all’opera di Anish Kapoor, di cui mi sono artisticamente innamorato, me ne sono sentite dire di tutti i colori, per l’uso audace che dello spazio veniva fatto.
C.G.: In più, in quel caso, ci siamo trovati di fronte ad un problema condiviso da tutte le installazioni site specific, quando anche solo una piccola variabile cambia il quadro generale che l’artista aveva considerato. A crearci problemi fu anche l’elevatissimo tasso di umidità presente in quel periodo a Venezia. A questo si aggiunsero errori di calcolo nella cubatura della cupola, con volumi di masse d’aria che non corrispondevano. La macchina veniva accesa e spenta seguendo i tempi liturgici. Il coraggio e l’audacia dimostrata dai monaci nell’ospitare queste opere si uniscono a una sostanziale naturalezza nel portare avanti questo tipo di condotta. Nell’opera Together di Plensa ci sono moltissimi elementi collegati alla dimensione spirituale, come il riferimento agli otto diversi alfabeti, alla mano e al gesto benedicente capace di coinvolgere tutti, credenti e non. Un monaco che vive a San Giorgio mi faceva notare come queste installazioni potessero risultare per certi versi addirittura più coinvolgenti e partecipative delle immortali tele raffiguranti la Madonna in trono o altre figure sacre, catturandoti nel mistero.

tintoretto.jpgCome sono divisi gli spazi dell’Isola?
C.G.: Tutta l’isola è demaniale. Lo Stato concede alla Fondazione Cini i due chiostri, l’ex monastero e altre parti. La Manica Lunga è divisa a metà tra noi e la Cini, rispettivamente per la parte inferiore e superiore. L’Officina dell’Arte Spirituale, in quest’ottica, è il pian terreno della Manica Lunga. Il Piazzale è rimasto di diretta concessione demaniale, che può eventualmente autorizzarne l’utilizzo. A sua volta nel piazzale c’è il Sagrato con la pavimentazione a scacchi di nostra pertinenza.
A.V.: Ed è sempre la Basilica il cuore pulsante di tutto. Una Basilica che è stata ricostruita in varie fasi nel corso della propria storia, ma che da oltre 1000 anni mantiene lì la propria presenza. Un luogo che si è poi confermato fondamentale per l’esistenza stessa della Chiesa, con il Concilio. Ed è parte di un meccanismo in continuo divenire. Santa Giustina riattivò Praglia alla metà del ‘400, ma poi nel ‘900 è Praglia a riavviare Santa Giustina. Da questa forma mentis deriva anche la concezione che i monaci hanno dello scorrere del tempo stesso. È San Benedetto a dirlo: «fare nell’immediato ciò che giova per l’eternità». E questo lo vedo ogni giorno, dal punto di osservazione privilegiato di cui posso disporre.

 

Quanta vita passa tra le mura di questi luoghi! Ed è una vita autentica, capace di abbracciare competenze che vanno dalla raccolta delle verdure nell’orto alla stesura di libri specializzati, come in occasione della collaborazione tra il professor Rampi e due monaci dell’Abbazia di Praglia per la realizzazione di un libro sul canto gregoriano.
C.G.: Si tratta di una vita vissuta che può riservare delle sorprese, come nel caso della mostra Ethiopia-Spiritual Imprints allestita nel 2014 con immagini del viaggio alla ricerca della spiritualità della fotografa greca Lizy Manola. Il confronto per la concessione degli spazi durò più di un anno. All’inizio vivemmo la cosa con qualche perplessità, perché pensavamo che l’artista volesse mettersi semplicemente in mostra attraverso lo spazio. Niente di più sbagliato. Oltre alla proroga dell’esposizione, dovuta a una fortissima domanda di pubblico, abbiamo avuto modo di conoscere una persona dalla carica umana davvero strabiliante. Il Patriarca stesso rimase sinceramente colpito dalla potenza della mostra.